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Tipo: Libro
Stato: Disponibile
Nome: Pier Pettinaio nella Siena duecentesca
Biografia ragionata in cerca di tracce nella Siena di otto secoli fa" scritto dal nostro Carlo Agricoli. Il libro racconta la vita e le opere del Beato Pier Pettinaio a cui la nostra Compagnia idealmente si ispira, descrive ed analizza il contesto storico-sociale del duecento senese in cui è vissuto, fra il soccorrere i poveri e il fare pettini, s'interroga sui misteri che ancora circondano la sua vita, avanza ipotesi interpretando ciò che dicono le carte, in certi tratti tutt'altro che esaustive. Di particolare interesse la ricognizione completa della sua iconografia, con ampia illustrazione di ogni sua immagine comparsa nei secoli, non escluso qualche inedito. Mentre la ricerca dei luoghi dove visse fornisce occasione per "visitare" diversi gioielli della Siena nascente in quel secolo che è stato detto "d'oro".
 Recensioni 

 La Compoagnia ringrazia Mauro Lorenzetti per le foto, le immagini e la logistica, l'Onorando Priore della Comntrada Priora della Civetta per l'appoggio dato al progetto e CHIANTI BANCA per il sostegno economico fornito all'editoria contradaiola.


Dicono del libro "PIER PETTINAIO NELLA SIENA DUECENTESCA"


 

PRESENTAZIONE

tenuta il 12 giugno 2014 nella Contrada Priora della Civetta,

dalla d.ssa Patrizia Turrini Vice Direttore dell’Archivio di Stato di Siena.

 

Ho aderito con piacere all’invito dell’Onorando Priore della Civetta, Riccardo Cerpi, di presentare il libro sul Beato Pier Pettinaio di Carlo Agricoli, nel quadro della Festa Titolare della Contrada. Non solo perché avevo conosciuto in Archivio di Stato l’autore ed ero al corrente del fatto che aveva compiuto svariate ricerche coadiuvato anche da alcune mie colleghe, in particolare Luciana Franchino, ma anche per una simpatia che ho sempre avuto per la Contrada Priora anche per una certa somiglianza di colori con la Torre, la mia Contrada.

Tuttavia credevo di presentare un piccolo volume, frutto sì di accurate ricerche, ma su un solo tema: la vita del Beato; mi sono trovata invece davanti a un volume complesso di 330 pagine, senz’altro la summa di studi che coprono più anni e in più campi. Non conoscevo ancora il titolo completo (mi fermavo al Beato di dantesca memoria), se non quel rimando esplicito alla Siena duecentesca poteva costituire un primo avvertimento, ma anche conoscendolo, avrei pensato che la storia senese dell’epoca del Pettinaio fosse soltanto uno sfondo, un inquadramento di minima. Leggendo, con interesse, il libro, ho potuto constatare che  non si parla soltanto del Pettinaio, ma che la storia del personaggio va di pari passo con la complessa storia della città, che è storia di cambiamenti sociali e politici, storia dello sviluppo urbanistico, storia economica e, certamente non ultima, storia della Chiesa senese, intesa come istituzioni ecclesiastiche e come popolo che la compone:  santi, beati e semplici fedeli.

Tutto ciò è ripercorso nel volume grazie alle tante notizie fornite che sono il frutto di ampie letture e di ricerche su più argomenti intraprese negli anni dall’autore: basta vedere l’apparato di note, la vasta bibliografia in fondo al testo e anche  l’iconografia – opere d’arte, piante, foto di monumenti e di luoghi, moltissime eseguite a cura di Mauro Lorenzetti… - che è stata posta a commento, pagina per pagina, del testo, con accurate soluzioni tipografiche e redazionali.

Detto così potrebbe sembrare una bella opera di erudizione, senz’anima. Tutt’altro: Carlo Agricoli è un innamorato di Siena e della storia senese, in particolare dell’epoca dei Nove durante la quale sono state poste le basi per la civiltà del Buon Governo, con gli ideali politici e artistici che ne conseguono. Anche se forse l’idea che ne ha il nostro autore è un po’ troppo idealizzata, quasi ‘sognata’: la storia è infatti un divenire con progressi e arretramenti e, anche se oggi non siamo in un bel periodo, non è detto che la ripresa per Siena sia impossibile. Anzi ci dobbiamo sperare e ci dobbiamo dare da fare: del resto ci fa ben sperare la fondazione all’interno di una Contrada di una Compagnia con scopi culturali e di mutuo soccorso, come quella intitolata a Pier Pettinaio, istituita nel 2012. La Civetta aveva un’ampia scelta di santi e beati, ma  si è voluta ispirare a Pier Pettinaio, un onesto mercante rimasto famoso per carità e devozione.

Devo inoltre precisare che per comprendere l’agire del Beato e inquadrarlo nei suoi tempi, Carlo Agricoli non poteva limitarsi alla storia senese ma si è dovuto interessare di Francescanesimo, di Penitenti, di movimento confraternale… Sì perché Piero o Pietro Pettinaio visse in una stagione eccezionalmente vitale, densa di protagonisti, di intuizione, di fermenti, di tensioni, quando i protagonisti dell’esperienza religiosa erano gli Ordini mendicanti, Domenicani e Minori, portatori  di una novità destinata a perdurare nei secoli, segnata a Siena dai nomi di Ambrogio Sansedoni, di Agostino Novello, e poi di Caterina e di Bernardino. Il fermento religioso si tradusse anche nell’impegno di individui, famiglie e piccoli gruppi che si dedicavano alla santità delle opere, non disgiunta in alcuni casi dal modello ascetico e contemplativo. Accanto agli ecclesiastici e ai monaci vi era ampio spazio per l’esperienza religiosa di laici, uomini e donne, uniti in confraternite dedite alla preghiera, al servizio dei malati, all’ospitalità, al mutuo soccorso, come la comunità raccolta attorno alla Domus Misericordiae fondata dal Beato Andrea Gallerani.

Questo in generale. Passando ora alla struttura del volume, lo stesso si apre con un capitolo dove Carlo Agricoli espone una serie di ipotesi sull’anno e il luogo di nascita del futuro Beato. Secondo una serie di tradizioni, di cui si fanno eco i commentatori antichi di Dante, Piero sarebbe nato attorno all’anno 1200 (per alcuni addirittura nel 1180!) in Campi presso Siena, recandosi poi in città, ove avrebbe esercitato il commercio dei pettini per la tessitura. Rispettato dai cittadini per la specchiata onestà e per la vita santissima, morì in età assai tarda a Siena il 5 dicembre 1289, data quest’ultima certa perché documentata. Ma di quale Campi si tratta: Campi in Chianti o Chianti della Berardenga? O la nascita sarebbe addirittura avvenuta a Siena, magari proprio nel vicolo che oggi ne porta il nome? O in territorio fiorentino come ipotizza Cristoforo Landino nel suo Commento sopra la Comedia, edito nel 1481? Agricoli confuta senz’altro quest’ultima affermazione – Pier Pettinaio è definito in un documento “civis senensis” - e propende per Campi in Chianti. Immediatamente si nota il suo metodo di lavoro: egli utilizza e discute più fonti bibliografiche; a ciò unisce lo studio appassionato dei luoghi, che descrive accuratamente talvolta anche con un pizzico di lirismo; usa anche la tradizione orale, se supportata da altre fonti.

Interessante è il secondo capitolo dedicato proprio alle fonti biografiche. Il commento dell’Anonimo fiorentino ai noti versi 127-129 del canto XIII del Purgatorio (episodio di Sapìa) e degli altri commentatori di Dante sono integrati da notizie che ci vengono specialmente da autori francescani e cappuccini, perché il Pier Pettinaio era un terziario di quell’Ordine ed è vissuto in età senile fino alla morte nel convento di San Francesco di Siena, quindi il suo culto è stato promosso dai Francescani: dal primo biografo, Pietro da Montarone, guardiano in San Francesco nella prima metà del Trecento, il cui manoscritto in latino è perduto (forse una copia è transitata nel convento delle Orsoline di Firenze, e Agricoli sta cercando di rintracciarla) e pertanto è conosciuto attraverso la traduzione in italiano che ne fece il padre leccetano Serafino Ferri nel sec. XVI, fino al padre guardiano di fine sec. XVIII- inizi sec. XIX Luigi De Angelis, grande erudito senese che promesse e ottenne nel 1802 la beatificazione del Pettinaio, ricercandone icone e reliquie e scrivendone la vita. Agli autori di ambiente ecclesiastico si aggiunge Alessandro Lisini, direttore dell’Archivio di Stato di Siena, che espresse una serie di critiche sugli scritti agiografici ma rintracciò anche importanti documenti, dando alle stampe, tra la fine del sec. XIX e gli inizi del sec. XX,  vari scritti sul Pettinaio, su Dante e su Sapìa. La mancanza di documentazione antica sul convento di San Francesco e la perdita della cronaca di Pietro da Montarone è spiegabile con il terribile incendio che ne devastò l’archivio nel 1655. Interessanti come fonti superstiti il sermone in morte di Pietro Pettinaio rintracciato in una biblioteca di Pesaro (pubblicato nel 1990) e la laude in suo onore contenuta in un codice dei primi decenni del Trecento appartenuto a una confraternita fiorentina (quel codice da cui è tratta la miniatura che decora l’elegante copertina del volume). La scelta di un devoto laico in odore di santità è in linea con i culti praticati in un pio sodalizio laicale.

Questo per citare alcune delle fonti adoperate da Carlo Agricoli.

Segue un capitolo sui luoghi abitati da Pier Pettinaio – dal vicolo dove ebbe la sua bottega, nel cuore del territorio della Contrada della Civetta, a San Desiderio e al Poggio Malavolti, fino alle Coste d’Ovile e il convento di San Francesco – luoghi  ripercorsi da Carlo Agricoli con impegnativa ricostruzione storica e con tutto l’amore che porta alla Siena duecentesca. Ma il Pettinaio non si fermò a Siena: sappiamo da Ubertino da Casale che il futuro Beato abitò, circondato da rispettosa venerazione, a Firenze presso i frati di Santa Croce, luogo di raduno dei terziari francescani, e dai commentatori di Dante che spesso si recava per ragioni di commercio a Pisa, Lucca e altri luoghi della Toscana.

Ed ecco, a seguire nel libro, un denso capitolo sull’artigiano e nel contempo mercante, con lo scopo di acclarare attraverso la cronaca l’onesta assoluta del Pettinaio. Carlo Agricoli ci fornisce così anche notizie sulle corporazioni artigiane, sul mercato a Siena, sulla lavorazione dei pettini (ad uso personale, tra quotidianità ed eleganza,  o ad uso artigianale per la cardatura e tessitura della lana). Soprattutto attraverso una serie di episodi tratti dalla letteratura agiografica e dai commentari ci illustra come Piero evitasse con scrupolo atteggiamenti concorrenziali verso i colleghi e perseguisse sempre l’eccellenza negli oggetti che smerciava  e volesse riscuotere sempre il giusto prezzo, senza illeciti guadagni. Simpatico il suo andare al mercato in piazza del Campo la sera per lasciare agli altri la possibilità di vendere nella mattinata (se no tutti volevano i suoi prodotti a prezzo migliore) e ancora l’episodio dell’automulta che si sarebbe inferto perché andava a giro di notte dopo il coprifuoco: lui infrangeva la norma comunale per pregare in Duomo e in San Francesco, mentre il suo contemporaneo Cecco lo faceva per bere e cantare insieme al musico Casella. Un’altra multa documentata risale al 1231, e fu comminata al Pettinaio per essersi rifiutato di andare nell’esercito senese: questa comunque apre altri scenari e riflessioni che potrete leggere nel libro. Altri documenti pubblicati dal Lisini attestano l’atteggiamento misericordioso, perché sono relativi a intermediazioni da lui fatte presso i governanti per restituire usure da parte di peccatori pentiti.  E poi vi è tutta la trattazione sul coinvolgimento di Pier Pettinaio nella Casa della Misericordia alla luce anche dei documenti recentemente pubblicati da Paolo Nardi per la storia di questa istituzione senese anteriore al 1251. Certo che gli studi di Nardi recepiti da Agricoli accreditano la veridicità della cronaca di Pietro da Montarone, il quale cita otto compagni del Beato, alcuni dei quali si ritrovano con lo stesso Pier Pettinaio nella documentazione della pia fondazione voluta dal Beato Andrea Gallerani. Gli stessi nominativi si ritrovano anche nelle pagine che l’erudito Sigismondo Tizio ha dedicato agli inizi del Cinquecento a Pier Pettinaio. Anzi mi permetto di suggerire che quella madonna Agnesa incaricata dal Comune di scegliere i prigionieri da liberare insieme al Pettinaio fosse quella monna Agnese di Affrettato fondatrice in quegli stessi anni di un ospedaletto in località Sasso che ha proseguito per secoli la sua opera fino all’epoca moderna. Naturalmente l’incarico dimostra di quanta considerazione pubblica godesse anche Pier  Pettinaio.

Seguono due capitoli che si possono definire danteschi. Un tema questo noto ma che Agricoli sviluppa con sensibilità anche religiosa: la figura di Sapìa, le caritatevoli preghiere di Pier Pettinaio che ne riscattano l’anima dal Purgatorio, la fama di santità di cui il Beato senese godeva in tutta la Toscana; e ancora la carità nel Duecento, il movimento dei Penitenti, l’agire di San Francesco (anche lui un laico) e dei suoi “giullari di Dio”, come si chiamavano i suoi aderenti agli inizi, per sottolineare la gioiosa semplicità di vita; e ancora San Francesco a Siena e le fondazioni che ne seguono (convento, terziari, confraternite); e ancora episodi della vita del futuro Beato che ne sottolineano la carità e la devozione, ma anche l’ironia, il temperamento allegro e gioviale, le risposte intelligenti, il suo parlare poco ma sempre in modo appropriato, lo scopo dell’insegnamento ai più giovani, fra l’agiografico e il realistico…

Segue un capitolo dove Agricoli cerca di districare due enigmi difficilmente risolvibili: quanti anni è vissuto Pier Pettinaio e se ha avuto o no figli, essendo certo che era sposato e poi rimase vedovo. Se stiamo alla documentazione rintracciata da Alessandro Lisini, Pier Pettinaio sarebbe dovuto vivere circa 109 anni e avere almeno 4 figli: infatti la documentazione su un Bencivenne figlio di Pier Pettinaio è del 1229 (e quindi il padre doveva essere all’epoca di almeno 40 anni) e la morte del Beato Pier Pettinaio è certamente del 1289; inoltre è credibile che un uomo così vecchio continuasse ad agire in pubblico fino agli ultimi suoi giorni, come risulta da incarichi comunali conferitigli? Tuttavia nella cronaca di primo Trecento non risulta tanto vegliardo e inoltre vi è detto esplicitamente che non aveva figli. Come ricomporre queste notevoli differenze e incongruenze? Carlo Agricoli propone che vi stiano stati due personaggi omonimi e che il nostro – forse lo stesso della multa del 1231 – fosse nato attorno o poco dopo l’anno 1200 e morto alla ragguardevole ma non impossibile età di 80/89 anni.

Il successivo capitolo è dedicato ai miracoli in vita e alla fama di santità.

Per cercare la cella dove Pier Pettinaio visse gli ultimi suoi anni come laico e dove morì, si è reso necessario dedicare nel libro ampio spazio (un capitolo) alla storia del convento di San Francesco dal Duecento ai nostri giorni,  anche nelle trasformazioni e drastici cambiamenti subiti nei secoli, talvolta per necessità (come dopo l’incendio)  e talvolta/spesso per ambizione, incuria e stoltezza umana. Agricoli utilizza in particolare il libro di Vittorio Lusini sulla basilica e anche le informazioni gentilmente ricevute dai frati che oggi  vivono nel convento. La cella è individuata nell’infermeria del convento, che fu Caserma dei Carabinieri ed è oggi sede universitaria. Nel capitolo Agricoli si dedica anche a un tema del cuore, descrivendo la Siena del Pettinaio, con le sue mura rosate, con i lavori intrapresi dai Nove. Ma su questo l’autore sta preparando un altro volume. E quindi è bene non fare anticipazioni…

La fama di sanità fu confermata a Pier Pettinaio anche dopo il “dies natalis”, cioè dopo che la sua anima aveva raggiunto l’eternità. Nei documenti senesi, infatti, è documentata senza dubbio la venerazione di cui era circondato nella città: subito dopo la sua morte. Il 19 dicembre 1289, il Consiglio generale del Comune di Siena approvava con duecentotrenta voti contro quattro contrari la proposta di dare duecento libbre di danari senesi perché "super tumulum sancti Petri Pectenarii venerabilis civis senensis" si costruisse un "sepulchrum nobile " con un altare e un ciborio nella chiesa dei Frati Minori. Da notare quel Santo Pietro, con cui viene appellato nella delibera. Nel 1328 si disponeva una cerimonia solenne da tenersi annualmente.

Segue un bellissimo capitolo che  porta i risultati di una serrata ricerca iconografica con alcune scoperte, uno studio davvero completo dal Medioevo ai nostri giorni: dal Vecchietta al quadro in questo oratorio della Civetta, passando per il Vanni, Il Montorselli… Ma questo ve lo potrete gustare guardando le immagini e il loro commento.

La ricerca della tomba dove fu seppellito e che è sparita nelle sopracitate trasformazioni e demolizioni è assai complessa: comunque Agricoli propone una possibile individuazione in un sarcofago che fu nel cortile del convento ed è oggi nella basilica.

Infine ricostruisce la ricerca delle reliquie e nell’ultimo capitolo il processo di beatificazione felicemente conclusosi nel 1802, grazie agli studi e alle ricerche promosse dal francescano Luigi De Angelis, al tempo di papa Pio VII, mentre era arcivescovo di Siena Anton Felice Zondadari.

La beatificazione vide però un rallentamento del culto per i processi di secolarizzazione avvenuti nel corso del secolo XIX, con la soppressione nel 1808 del convento di San Francesco. Certo se vi è stato un rallentamento da un punto di vista del culto religioso, non altrettanto è avvenuto fortunatamente in campo civico: Siena non si è scordata del suo Pettinaio e gli ha voluto dedicare il vicolo. Infine ora all’interno della Contrada Priora della Civetta un gruppo di contradaioli lo ha scelto come titolare della Compagnia e ha voluto dare alle stampe anche questo libro per ricordarlo.

Siena, 12 giugno 2014


Giampaolo Neri  (già professore di lettere al Liceo Classico Piccolomini di Siena)

 

 

La succosa biografia che ci fornisce Carlo Agricoli non può essere definita intellettuale – che tale non era la dimensione interiore del biografato – ma conforme al principio che l’amore e l’affinità consentono ai biografi di ritrarre soltanto uomini a loro in qualche misura affini.

In tal modo si evita che i libri siano falsi e fiacchi. Esemplari la chiarezza e la sinteticità con le quali viene delineata l’influenza, tanto più determinante quanto meno appariscente o rimbombante, di uno dei personaggi silenti ma presenti nella Siena del XIII secolo.

Fondamentale fu, per il Pettinaio, l’incontro con la proposta di Francesco d’Assisi, che gli rivelò l’insufficienza del mondo, la vera saggezza e il valore della parola, “perla preziosa” incastonata in un consapevole e vigile silenzio.

In silentio et quiete proficit anima devota, come dirà più tardi Tommaso da Kempis. Proficit: si dipana, cioè, la metamorfosi dei ...vermi / nati a formar l’angelica farfalla (Purg., X, 124-125).

Neanche per il nostro Autore c’è stasi di pensiero: ogni momento è la tappa di una ricerca continua, che penetra fino al cuore di ogni questione, verso la comprensione e la conquista della verità.

Egli, con l’attenta lettura delle fonti e la pertinenza delle sue interpretazioni, prova che semplicità e limpidezza non debbono per forza far rima con facilità; che si possono presentare questioni complesse senza nulla disconoscere alle loro sfumature e senza, per questo, affondare nell’ermetismo elitario. Largitas, veritas, simplicitas: queste le virtù proprie di questo libro: generoso, nuovo, semplice. In una parola: così francescano.

 

(Signor Mauro Lorenzetti -  29 giugno 2014   - Grazie per la partecipazione alla dedica del volume sul Beato Pier Pettinaio e complimenti per le belle fotografie che lo corredano.  - Cordialmente - Giampaolo Neri)

Firenze, 3 luglio 2014


 

 



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